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Magistrati in politica: cosa dice la legge

Recentemente si è tornato a discutere della questione magistrati in politica. Dopo quattro anni di relativo silenzio su questo argomento, nelle ultime settimane è ripartito l’iter parlamentare che dovrebbe portare ad una nuova regolamentazione in tema di eleggibilità in politica da parte di chi rivolge incarichi in magistratura.
I senatori Palma, Zanettin, Barani, Casson e Caliendo sono i principali artefici del progetto di riforma che dovrebbe passare in Parlamento e determinare dei cambiamenti nei rapporto fra politica e magistratura.
Ma cerchiamo di andare più a fondo guardando nel dettaglio come sono regolati attualmente i poteri conferiti alla magistratura in tema di eleggibilità politica.

Cosa cambia con il Ddl sui magistrati in politica:

Il ddl portato avanti dai senatori sopra citati ha avuto già il via libera dalla Camera dei deputati con oltre 200 sì, ma ora la palla passa chiaramente al Senato.
La riforma arriva proprio alcune settimane dopo le raccomandazioni giunte dal Consiglio d’Europa, che aveva inviato all’Italia la richiesta di limitare l’ingresso dei giudici in politica e di procedere ad una nuova regolamentazione che limiti i conflitti di interessi nel Parlamento.
La principale modifica introdotta dal ddl in discussione coincide nell’obbligo del magistrato di candidarsi fuori sede rispetto alla zona in cui ha svolto il proprio incarico nei 5 anni precedenti.
Oltre a ciò diventerebbe obbligatorio il periodo di aspettativa di almeno 6 mesi ed il collocamento fuori ruolo, fondamentale per porre il magistrato in rapporto di servizio con la nuova amministrazione in cui è stato eletto.

Ricollocamento in un distretto diverso:

A fine incarico inoltre, o alla fine del suo mandato, il magistrato dovrà essere ricollocato in un distretto diverso rispetto alla circoscrizione in cui è stato eletto, e per i successivi 3 anni dovrà astenersi da incarichi direttivi o semidirettivi e svolgere soltanto una funziona giudicante collegiale, ma non rinunciando perciò a ruoli autonomi nel ministero della giustizia o all’avvocatura.
Se invece un magistrato termina il suo mandato in una giurisdizione superiore quale commissione di vigilanza e componente di Authority, al rientro nella sede di provenienza dovrà soltanto astenersi per un anno dalla funzione direttiva o semidirettiva, ma non avrà altre restrizioni.
E’ il caso, volendo citare un esempio in grado di chiarire, di Raffaele Cantone, nominato nel 2014 dal governo Renzi presidente dell’ANAC, ovvero dell’autorità nazionale anticorruzione, ma che al termine del suo mandato potrà rientrare nella sede originaria dove ricopriva il suo incarico di magistrato.

Rientro in Magistratura di candidati non eletti:

Il nuovo ddl gli imporrà soltanto di astenersi dagli incarichi direttivi o semidirettivi. Il provvedimento regola anche il rientro in magistratura dei candidati non eletti; essi sono semplicemente ricollocati nei ruoli di provenienza, ma con la condizione di non poter svolgere la funzione inquirente nei due anni successivi alla data di elezione e di non poter essere assegnati ad un ufficio con giurisdizione parziale o totale nella circoscrizione in cui ci si è candidati.
Ad una prima lettura possono sembrare dei paroloni per il lettore medio, ma ad un’analisi più attenta si tratta perlopiù di provvedimenti volti ad evitare conflitti di interessi e abusi di potere per interessi personali.
Prendiamo il caso dei candidati magistrati non eletti, e che devono dunque essere riassorbiti negli incarichi della magistratura; la legge ne vieta il ritorno in un ufficio che opera nella zona in cui si era candidato per il ruolo in politica, al fine di evitare conflitti di interesse nello svolgimento dell’incarico o ritorsioni per la mancata elezione ai tempi della candidatura.

I magistrati in politica: storia recente italiana

Il cosiddetto travaso di magistrati in politica conta dei casi, anche recenti, molto significativi, e che giustificano in tutto e per tutto la necessità di una nuova regolamentazione e delle raccomandazioni giunte dal Consiglio d’Europa.
Nel 2015 Franco Sebastio, magistrato che ha dedicato con merito buona parte della sua vita alle inchieste sui disastri ambientali dell’Ilva di Taranto, ha deciso di candidarsi con una lista civica alle comunali della città pugliese.
Sebastio, nato nel 1942, ha infatti dovuto accettare non senza ricorsi il pensionamento da magistrato proprio nel 2015. A questo punto è ovvio che la sua scelta di candidarsi in politica rappresenta l’aspirazione di portare avanti le battaglie giudiziarie che lo hanno visto protagonista per anni.
Ma la legge, ed in particolare il nuovo progetto di riforma in discussione al Parlamento, ha il compito di evitare situazioni del genere.

Candidati in un territorio dopo avervi svolto indagini:

A Taranto, infatti, è ancora in corso il processo per i disastri ambientali di cui sopra, e non è una prospettiva logica quella che vede l’inserimento di Sebastio in comune dopo aver ricoperto per anni un ruolo importante in queste indagini.
Sono i casi come questo, dunque, che sono alla base della necessità di riformare i rapporti fra la magistratura e la politica e del fenomeno dei “travasi”. Non sono mancate, nonostante la vittoria schiacciante il Camera, le opposizioni a questa riforma, che portano il nome del Movimento 5 Stelle.
I grillini, infatti, vedono nel provvedimento un debole tentativo di modificare un fenomeno che invece necessita di ben altri interventi legislativi, e che non riesce ad eliminare privilegi ed incongruenze nella carriera dei magistrati.

Pubblicato in Politica

Scritto da

Scrittore, giornalista, ricercatore di verità - "Certe verità sono più pronti a dirle i matti che i savi..."

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