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Le imprese, malgrado la legge, iniziano a licenziare

E così lemme-lemme, quatti-quatti, zitti-zitti gli imprenditori (una volta si chiamavano padroni, ma non c’era il politicamente corretto) cominciano a licenziare. Lo fanno in silenzio e senza grande clamore.
Non sono stati neanche ad aspettare la fine di dicembre, come previsto dal Governo si sono dati da fare fin da subito, figurarsi aderire alla richiesta dei sindacati che porta il divieto dei licenziamenti fino al marzo 2021.
Altrimenti mica sarebbero padroni, pardon, imprenditori. La strategia che stanno mettendo in campo è geniale nella sua semplicità: comunicazione special, piccoli numeri, non danno nell’occhio, incentivi, licenziamenti consenzienti. E ovviamente costi a carico dello Stato, tanto per rimanere nella norma.

L’escamotage delle imprese per licenziare

Tutto inizia con una comunicazione da offerta speciale: solo per pochi giorni e per pochi fortunati la possibilità di andare in pensione. Neanche si trattasse della lotteria di fine d’anno o della milionaria schedina della Sisal. Già gli imprenditori (una volta padroni) aprono una finestra per chi nei successivi, mesi avrebbe comunque avuto diritto alla pensione. A prescindere dall’Inps e da quota cento e dalla legge della cenerentola del canavese.
Quindi il traguardo della pensione lo si può raggiungere immediatamente, dal giorno dopo addirittura, anche se mancano otto o dodici mesi o più mesi. Il secondo passaggio è dato dalla definizione degli incentivi: cinquemila euro di base più altri cinquecento euro per ogni anno di anzianità. S’intende che questi importi sono lordi, quindi tassati alla fonte.

Incentivi per abbandonare il lavoro prima del previsto

Si badi che quanto sto raccontando è accaduto realmente. Accettate queste due condizioni il terzo passaggio consiste nel licenziamento consensuale, che a dirla così sembra un ossimoro: da quando in qua l’azienda ti licenzia e tu sei d’accordo? Ma tant’è: l’azienda ti licenzia e tu nulla hai da obiettare e a riprova firmi e controfirmi tutto davanti all’ufficio competente. E poi?
Naturalmente si passa alla cassa della Naspi (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) cioè a dire l’indennità di disoccupazione per i lavoratori subordinati con rapporto di lavoro cessato involontariamente. Dove la parola chiave è involontariamente.
È già, poiché sei stato licenziato hai diritto all’indennità di disoccupazione che guarda il caso copre proprio proprio la durata che ti separa dalla pensione. Magari l’importo non è esattamente uguale alla retribuzione fino al momento percepita, ma comunque meglio di niente, e poi, in fondo, hai avuto gli incentivi. E i contributi?

Un aggravio per i conti pubblici

Nessun problema neanche per questi. Saranno contributi figurativi cioè a dire li pagherà l’Inps cioè a dire tutti noi. E tutto questo graverà sui conti dell’Inps di un pochino, per quanto riguarda il singolo, di un bel po’ considerando il totale dei licenziati dato che, come noto, è la somma che fa il totale.
Contemporaneamente porterà dei bei risparmi per l’azienda. Inoltre l’aggravio dei conti pubblici, dati dalla sommatoria della Naspi con i contributi figurativi, consentirà come effetto collaterale, la possibilità per il presidente di Confindustria di turno di tuonare contro la spesa pubblica. Insomma, da ridere. La solita operazione furbetta, non c’è che dire, svolta con tutti i crismi della legalità. Di che lamentarsi dunque? A corollario, il lavoratore licenziato non sarà sostituito. Neanche a dirlo.

Pubblicato in Inchieste

Scritto da

Blogger satirico, polemico, dadaista, ghibellino, laico, uomo d'arme e di lettere - Il Vicario Imperiale

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